CENTRO SPORTIVO ITALIANO - COMITATO REGIONALE EMILIA ROMAGNA
2 ottobre 2018

Un rapporto sano con la PA, per dedicarci alla nostra vera vocazione

Come a molti di voi, in questi giorni mi è capitato di partecipare ad incontri, dibattiti, riunioni di avvio attivià e confronti con gli enti locali. Al di là del piacere di rivedere facce note e amici, ho notato con un certo dispiacere che gli amici (appunto) erano sempre gli stessi della prima riunione del 1999 quando è iniziato il mio impegno nello sport, che i temi e i problemi evidenziati erano esattamente i medesimi sempre di 19 anni fa. Le difficoltà legate alla burocrazia, ai costi crescenti, alla mancanza di sponsorizzazioni, agli spazi risicati negli impianti sportivi, l'invecchiamento della dirigenza e la difficoltà a professionalizzarla per stare al passo con responsabilità e oneri finanziari. Preso da un po' di sconforto, ho iniziato a chiedermi se non ci fosse qualcosa di sbagliato. Nel metodo, nel contenuto. Nel fatto che non ci fossero giovani e che le persone fossero le stesse del 1999, solo con qualche stempiatura in più. Mentre il modello sportivo dei giovani è cambiato, è orientato all'informalità, all'individualismo, alla improvvisazione, all'impostazione social, salutistica, di trend e di design. Non credo ci siano soluzioni semplici a problemi complessi. Di certo l'associazionismo sportivo, strutturato, organizzato, regolamentato è abituato ad altri ritmi, modalità di lavoro, tempi diversi da quelli di un Hashtag su Instagram o una Story su Facebook. E mi chiedo anche: c'è per forza un valore nel perseguire la conservazione delle organizzazioni in quanto tale, oppure la disintermediazione che si vede nella politica e nell'informazione è un valore anche nello sport? Non so se sia un valore, di certo è una tendenza. E allora davanti a questa tendenza, cosa dobbiamo e possiamo fare noi? Non credo che si debba o si possa fermare il cambiamento o l'innovazione dei costumi, per quanto non graditi possano essere. Di certo un pezzo di strada, per portare i nostri valori e la nostra visione al modo di concepire lo sport dei giovani di oggi lo dobbiamo fare. Però, se dopo venti anni il mantra che ci ripetiamo sul diventare più professionali, saper affrontare la burocrazia, saper scrivere un progetto per un bando, imparare a districarsi nella giungla delle norme sulle visite mediche, è ancora identico, forse dovremmo anche pensare che va bene l'autocritica ma anche basta. In questo paese vige una norma che dice che se un l'organo A della Pubblica Amministrazione detiene il documento X del cittadino Y, la Pubblica Amministrazione B non dovrà chiederla al cittadino Y ma alla Pubblica Amministrazione A. Io credo che sia ora di dire meglio questa roba. Perchè vanno bene olimpiadi, mondiali di pallavolo, investimenti su impianti e progetti (e il nostro territorio è molto fortunato in questo senso), però chi decide di investire tempo nello sport, non lo fa per diventare un esperto fiscalista, un esperto di regimi di idoneità medico sportive comparate, un progettista europeo  che nemmeno a Bruxelles. Lo fa per la passione per uno sport, per vedere giovani crescere in un certo modo, per sentirsi gratificato nel dare un contributo alla crescita umana, morale e sociale degli individui e dei gruppi. Certamente dobbiamo imparare a usare meglio gli strumenti dell'economia, della comunicazione, delle organizzazioni complesse: ma quando facciamo diventare i nostri dirigenti dei passacarte terrorizzati da verbali, firme in banca e certificati medici, uccidiamo la loro vocazione nella culla (ed è per questo che i giovani scelgono un altro modello più leggero e informale di aggregazione). La conseguenza di tutto questo qual è? Che va bene dire che dobbiamo migliorare la nostra organizzazione, ma anche che dobbiamo essere più esigenti di fronte ad un sistema pubblico che non rispetta le sue stesse norme, che si contraddice o esagera con la carta. Io credo che dobbiamo fare un salto di qualità culturale, ovvero capire che la PA è (dovrebbe essere) al nostro servizio, e non viceversa, in un rapporto sano, chiaro e non inquinato da clientele o altro genere di relazioni. E credo che dobbiamo saper chiedere non solo finanziamenti e contributi, patrocini o impianti gratuiti per le finali. Dobbiamo sapere chiedere efficienza, leggerezza, chiarezza. Così potremo far dedicare i nostri dirigenti, allenatori e arbitri alla vera ragione per cui si impegnano, l'amore per lo sport, per i giovani e per la loro crescita. Così forse rallenterà l'emorragia di volontari e ci renderemo conto di quanti costi immateriali e collaterali abbiamo sostenuto in modo improprio.

Candini

Un rapporto sano con la PA, per dedicarci alla nostra vera vocazione

Raffaele Candini

Presidente Regionale